Ciao sono vendolapresidente
Vedi il mio profilo


Tag

Ultimi commenti

Nuovi post

Diffondi i contenuti

Aggiungi al mio Dada

Aggiungi al mio Dada

Condividi i contenuti

De.licio.us

Nichi: Perchè la Puglia non è Bengodi

di vendolapresidente (04/03/2005 - 00:58)

 

Ma è possibile presentare la Puglia come il paese di Bengodi, un mondo immaginario scandito dall’orologio di una modernizzazione che esiste solo nei depliant della propaganda? Dopo dieci anni di governo, il centro-destra cerca di sovrapporre al principio di realtà la virtualità delle buone intenzioni e degli spot. Cerco di riepilogare a me stesso la Puglia reale, certamente ricca di eccellenze e di ingegni, ma disgregata nel suo disegno complessivo e impoverita nelle sue ambizioni.

Dopo decenni, la mia regione segna il triste record di una percentuale di disoccupati che supera la media della disoccupazione meridionale. Sullo sfondo di questo processo di rinsecchimento del mercato del lavoro, si agitano le ombre delle mille e devastanti forme di precarietà che stanno destrutturando l’idea stessa del lavoro come diritto e come civiltà. Ma questa selvaggia condizione dei lavori non ha spinto il sistema d’impresa verso le mete annunciate, anzi. La crescita non c’è stata, la globalizzazione strozza la larga platea dei piccoli attori imprenditivi abbandonati al loro destino, vince solo chi sa giocare la partita dell’innovazione. In questo quadro osserviamo con acuto dolore l’esodo di una intera generazione di talenti: dunque torna persino lo spettro della emigrazione.

Io propongo di guardare con spirito di verità a questa condizione di generale sofferenza. E chiamo la Puglia migliore a non ripiegare, a non declinare le proprie paure sul registro della regressione culturale, a non dichiararsi sconfitta.

Si può cambiare la rotta e ricostruire una prospettiva e una missione per noi e per i nostri territori. Io penso che alla crisi del sistema d’impresa si possa rispondere con segnali forti: per esempio aggredendo i nodi reali che galleggiano nelle analisi e stentano a tradursi in proposte operative. Si guardi all’inaccessibilità del nostro sistema del credito, denaro qui più caro che al nord ma soprattutto denaro che raramente viene investito laddove viene raccolto, al Sud.

Per le piccole e piccolissime aziende questa interdizione al credito significa la morte. Allora possiamo immaginare che la Regione si faccia direttamente carico di questo problema, intervenendo nel rapporto di finanziamento a tassi agevolati fino al tasso zero per quegli attori, singoli o consorziati, che sappiano investire in ricerca, innovazione e sviluppo?

E per quei segmenti di ciclo produttivo che sono allo sbando, che patiscono i nuovi competitori asiatici e che rischiano di fuggire verso i lidi illusori di una delocalizzazione selvaggia, si può immaginare, al netto della salvaguardia dei livelli occupazionali, di concertare una delocalizzazione mirata, capace di incardinare distretti di qualità per esempio nei territori balcanici? Altrove così si è fatto, con giovamento generale del sistema produttivo.

E, ancora, la Regione può finanziare direttamente quelle indagini di mercato che possano orientare razionalmente gli investimenti e le ristrutturazioni del nostro sistema d’impresa?

Parlo di cose concrete e taccio sullo scandalo rappresentato da questa “Puglia capovolta” che da molti anni non conosce investimenti sul settore cruciale dell’innovazione: qui si tagliano i fondi per una innovazione che viene solo celebrata nelle sagre elettorali, qui l’innovazione non è una politica ma l’azzardo e il coraggio dei singoli imprenditori.

Se si rimette in moto il meccanismo oggi anchilosato dello sviluppo, allora occorre rimettere al centro anche una nuova politica attiva del lavoro: lavoro buono, qualificato, stabile. Su questo obiettivo si possono indirizzare gli incentivi alle imprese, ma soprattutto si può bonificare la palude maleodorante della formazione professionale: che oggi non forma nulla, viene confusa con l’istruzione professionale, viene animata da forme di accreditamento che definire irrazionali è un divertente eufemismo.

E ci si può ingegnare, come ha fatto la Campania, a costruire una barriera contro i fenomeni di impoverimento e di precarizzazione drammatica della vita? Contro la disoccupazione di lungo periodo, è possibile ergere lo scudo del “reddito minimo d’inserimento”, ovvero di un salario sociale che consenta almeno di sopravvivere e che possa costituire una dote di manodopera per imprese bisognose di assumere?

E si può offrire alle persone che sono oggi escluse da tutto, il diritto a fruire gratuitamente di beni e servizi indispensabili?

Ecco la nostra Puglia che perde speranza oltre che reddito, che vede chiudere asili nido e consultori e poi chiacchiera a vanvera dei valori della famiglia, una terra che costruisce tanta retorica sulle campagne e sul mare e non può presentare alcun bilancio che parli con qualche decenza di una politica seria dell’agro-alimentare.

La Puglia bella di un turismo inesistente, di quei Por clientelari e senza anima, di cento favole nascoste dietro la ragioneria: un territorio complesso, bisognoso di solidarietà e di libertà, ma oggi povero, poverissimo di spazi per il dialogo e la concertazione.

Una Puglia di pochi. Io voglio una Puglia di tutti, delle comunità, delle famiglie, delle persone, di una nuova democrazia.

Nichi Vendola

 

Vota questo post


Commenta:




(Inserisci qui l'indirizzo del tuo blog o del tuo sito personale)

Scrivi le cifre che leggi nel box

(In questo modo si prevengono gli invii automatici)