La storia e la passione politica di Vendola in un libro
Basta passare un paio di giorni in Puglia per scoprire quante insospettate energie, quante aspettative e quante speranze, abbia risvegliato la candidatura a sorpresa di Nichi Vendola. Basta chiacchierare per le strade di Taranto o Lecce per accorgersi di quanto abbiano mancato il bersaglio quelli che, Sartori in testa, hanno attribuito la sua vittoria nelle primarie all'impegno militante del partito. Al contrario, il successo del candidato rifondatore si spiega proprio con la capacità di coinvolgere, o ricoinvolgere, una quantità di persone deluse e ormai distanti dalla politica, ed è ancora questa stessa carta che gli permetterà tra pochi giorni di competere con una candidato forte e sino a poco tempo considerato più o meno imbattibile come Raffele Fitto.
L'asso nella manica di Vendola sta nel suo irrompere come un alieno su un palcoscenico politico programmaticamente spogliato di ogni passione. Come e perché riesca in una simile impresa, in frontale controtendenza con le esecrabili abitudini della sinistra italiana, lo rivela il libro-intervista Nikita (manifestolibri, pp. 124, € 10) realizzato da Cosimo Rossi, frutto di una seri di chiacchierate a caldo, nel corso della campagna elettorale, passando da una piazza pugliese all'altra. E' un libro dal quale potrebbe trarre insegnamento l'intera Unione. Le teste d'uovo del centrosinistra scopriranno, leggendolo, che quelli che consideravano limiti di Vendola, ipoteche sul suo successo nelle urne, sono invece proprio gli elementi che hanno reso la sua candidatura non una semplice chance di vittoria, ma un fatto nuovo politico e sociale di portata enorme, persino indipendentemente dall'esito della sfida elettorale.
Vendola si è presentato, caso più unico che raro, non come un politico di professione ma come una persona dotata di passione politica, esponendo apertamente tutte le sue contraddizioni, senza nascondere prudentemente il lato privato della sua esistenza. Giustamente, dunque, Cosimo Rossi nella sua intervista lo incalza su tutti i fronti, a ciascuno dedicando un capitolo, perché Nichi è un prisma del quale è impossibile considerare solo alcune facce a discapito di altre, come d'uso per i politici italiani.
Una parte importante del libro è dedicato al complesso rapporto di Vendola con le «due chiese», quella cattolica e quella del Pci, ed è una storia che si intreccia inevitabilmente con la vicenda familiare del candidato pugliese, figlio di cattolici comunisti.
Non si tratta certo di un caso unico, la particolarità di Vendola è l'essersi accostato a entrambe le fedi cercando di difendere ad ogni costo la sua libertà, compito difficilissimo in entrambe e che, racconta, finirà per creargli non poche difficoltà a Mosca sino a provocare il preoccupato intervento di Pietro Folena, allora segretario della Fgci. Ed è una battaglia personale che inevitabilmente si intreccia con l'identità omosessuale, mai nascosta e neppure mai fatta sapientemente scivolare sullo sfondo. «L'omosessualità - afferma Vendola - è stato un pezzo del mio scisma dalle due chiese, perché le due chiese hanno avuto in comune il registro della doppia verità».
La stessa esigenza di mantenere intatta la propria autonomia compare nella lunga esperienza di Vendola in prima linea contro la mafia, che non gli ha mai impedito di schierarsi allo stesso tempo contro il 41 bis, l'articolo dell'ordinamento penitenziario che rende rigidissimo il carcere per i mafiosi: «Il 41 bis - conferma nell'intervista - non è semplicemente una modalità di esecuzione della pena, è un sequestro. Ed è illegale perché è contrario alla Costituzione, ai precetti di umanità della pena, ai doveri della pena intesa come strumento di risocializzazione».
Con queste premesse non ci si può stupire se Vendola confessa che prima di vincere le primarie contro Francesco Boccia sperava di lasciare non la politica ma l'impegno istituzionale: «Avevo dedicato la mia vita a un compito e a un destino. Il compito era essere testimone dell'oscenità del potere, il destino era quello, al giro di boa che credevo imminente della fine della mie esperienza istituzionale, di poter dedicare il resto della mia vita a fare il cantastorie».
La vittoria di Vendola su Boccia e il successo già ottenuto dallo sfidante in Puglia non riflettono tanto l'affermazione della sinistra radicale su quella moderata quanto quella di un politico (purtroppo) anomalo sul grigiore d'ordinanza. Un candidato che prova a fare di se stesso, scontando tutte le contraddizioni del caso, testimonianza di un'idea precisa, esposta sin dalle prime pagine del libro-intervista: «Per me il sud è la maturità della domanda di libertà. Quando la destra entra in cortocircuito con questa domanda di libertà, perde.
A Bari la destra perde il giorno del Gay Pride, quando sfida una domanda di libertà che, invece, diventa il racconto non più di una minoranza ma di un'intera comunità. Questo non avevano capito, non capivano gli apparati».
Non lo capiscono neppure adesso. Se l'esperienza pugliese, vero banco di prova di queste elezioni, infinitamente più del Lazio, li spingesse anche solo a socchiudere gli occhi sarebbe un risultato ben più importante dell'eventuale vittoria su Raffaele Fitto.
Andrea Colombo tratto da Il Manifesto
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